George Beadle. An Uncommon Farmer

Siamo ormai quasi alla fine del cinquantesimo anniversario della scoperta della doppia elica del Dna. Tutti o quasi sono venuti a conoscenza della coppia della biologia par excellence, Jim Watson & Francis Crick. Molti dei protagonisti della storia precedente l’epifania in quel di Cambridge sono invece rimasti nell’oscurità, riservati ai pochi addetti ai lavori. Questo volume riesce invece a tirare fuori dall’ombra alcuni aspetti e personaggi della storia della genetica e della biologia molecolare. Il protagonista, George Beadle, è stato infatti uno dei ricercatori più influenti nella genetica, dalla metà degli anni Venti fino agli anni Ottanta. Dunque la sua biografia non può che andare molto al di là della semplice vita dell’individuo, e diventare il racconto della crescita di una comunità di ricerca e di una disciplina. La carriera professionale di Beadle cominciò infatti nel laboratorio di Rollins Emerson alla Cornell University, dove il giovane George (era il 1926, aveva 23 anni) collaborò alle ricerche sulla genetica del mais, insieme a Barbara McClintock, Nobel 1983. Nel 1930 si trasferì in California al Caltech, nel laboratorio della drosophila di Thomas H. Morgan, dove si studiava il moscerino divenuto un modello per tutta la genetica del ventesimo secolo. Al Caltech Beadle lavorò con Boris Ephrussi sulle mutazioni negli occhi di drosophila, dando vita alla linea di ricerca sul rapporto tra geni ed enzimi che lo renderà celebre pochi anni dopo. Dopo un anno ad Harvard, Beadle fece ritorno in California nel 1937, questa volta a Stanford, dove offrì un posto al chimico Edward Tatum: un sodalizio divenuto celebre nel giro di pochi anni. Beadle e Tatum, alle prese con la regolazione del metabolismo, fecero un passo epocale: lasciarono la mosca per la muffa.
Per ricostruire le relazioni tra geni e enzimi, Beadle intuì, si doveva infatti ricorrere a una sorta di ingegneria inversa, e inducendo mutazioni in organismi normali sarebbe stato possibile controllare i diversi stadi del metabolismo. Per questo, l’organismo ideale non era più la drosophila, ma la muffa Neurospora crassa, scoperta a metà degli anni Venti, che si riproduce sia sessualmente che asessualmente e nella quale sono immediatamente visibili eventuali modificazioni metaboliche. Nella seconda metà del 1941, Beadle e Tatum produssero con le radiazioni nuovi mutanti, incapaci di crescere senza alcuni specifici nutrienti. Le mutazioni dunque dovevano aver modificato il patrimonio genetico dell’organismo in modo da bloccare la produzione di specifici elementi, che i due ricercatori identificarono prontamente. Formularono poco dopo una proposizione molto nota: “un gene, un enzima”, a indicare che la funzione di ogni gene è la produzione di un solo enzima. Nel suo estremo riduzionismo, questo concetto influenzò la ricerca biologica per oltre un decennio: “La collaborazione Beadle-Tatum è stato un punto di svolta nell’evoluzione della genetica. [.] l’azione dei geni era divenuta un problema biochimico, il presagio di ciò che sarebbe diventata la biologia molecolare” (p.168).
È sicuramente questo il capitolo più affascinante della vita scientifica di Beadle. Ma gli anni successivi mostrano aspetti interessanti della persona e della comunità scientifica di cui fece parte nel dopoguerra, nei difficili anni del maccartismo e dell’era nucleare. Insieme con gli aneddoti che riguardano il premio Nobel, diviso nel 1958 con Tatum e Joshua Lederberg, restituiscono appieno lo spessore umano di Beadle. Il libro risulta quindi molto brillante, anche se i due autori, biologi e non storici, appiattiscono la narrazione sulla cronistoria, citando solo raramente gli appassionanti dibattiti sollevati dallo sviluppo della biologia nel XX secolo.

Mauro Capocci