Trovate le cellule che riparano il fegato

Il Mattino di Padova 27 Novembre 2002 Padova punta sulle staminali – aperto un nuovo laboratorio Trovate le cellule che riparano il fegato Padova Cellule adulte, cellule bambine. Le prime hanno un compito assegnato, lo sanno svolgere ma non possono cambiarlo. Le seconde, soprattutto se sono molto ma molto giovani, sono attivissime, piene di voglia di imparare e di lavorare. Possono essere istruite, e fare qualsiasi cosa. Sono loro, invisibili meccanici, lo strumento grazie al quale potranno essere riparati i nostri organi quando non funzioneranno più, per un difetto improvviso o magari di fabbrica. Si ricerca per arrivare a questo e Padova, almeno in un particolare settore, è più avanti di tutti gli altri. Ricercatori dell’Università di Padova hanno scoperto nel midollo osseo di donatori adulti un ceppo di cellule staminali in grado di riparare in larga misura i danni del fegato: la sperimentazione è stata compiuta su cavie nelle quali era stato indotto uno stato di insufficienza epatica acuta. La risposta deve essere convincente se spinge professionisti di solito molto prudenti a parlarne apertamente e darne comunicazione. E’ un risultato scientifico di primissimo piano, perché per la prima volta al mondo è stata dimostrata, in vitro e in vivo (cioè con l’innesto sul fegato) la capacità da parte delle staminali di differenziarsi nel tessuto epatico. Tutto deve essere trasferito sull’uomo, è evidente, e la speranza è che gli studi trovino conferma, certo la strada appare tracciata, e l’ottimismo dei ricercatori, ma anche i riconoscimenti internazionali che hanno sottolineato questa scoperta, lo confermano. Lo studio arriva dall’équipe coordinata dal professor Maurizio Muraca, lo stesso che con le cellule adulte ha ottima dimestichezza, sia quelle umane che quelle animali. E’ stato lui a mettere in funzione per la prima volta in Italia il fegato bioartificiale, il reattore per la terapia-ponte in attesa di trapianto, con cellule suine in grado di lavorare a supporto di un fegato umano in difficoltà. Ed è stato ancora lui a coordinare il primo trapianto di cellule epatiche per la cura di una malattia metabolica (rara quanto feroce) detta glicogenosi. La signora che ne era affetta era costretta a nutrirsi ogni tre ore per mantenere un livello di glicemia tale da garantirle la sopravvivenza. La sua vita era scandita da sveglie che suonavano ogni notte, altrimenti non si sarebbe svegliata più. Oggi conduce una vita normale: ha una resistenza di sette ore, ora sa cosa vuol dire dormire una notte intera. Continuando a ricercare, l’équipe Muraca è approdata fatalmente alle cellule staminali, quelle da cui tutto ha inizio e che, destinate dalla natura a formare ogni organo, possono essere utilizzate dall’uomo per riparare quello che la natura ha fatto, qualora vi sia appunto un difetto d’origine. Ieri, all’Azienda ospedaliera di Padova, l’annuncio della scoperta ha fatto da preludio all’inaugurazione del nuovo laboratorio per la Terapia cellulare delle malattie metaboliche, due stanze nei corridoi tra la Cardiochirurgia e l’Ematologia, dove sono state collocate preziosissime apparecchiature per un costo complessivo di 400 mila euro. Costo interamente a carico dell’Azienda che, come ha spiegato Alberto Burlina esperto di malattie del metabolismo, ha sempre manifestato una particolare sensibilità verso queste patologie, solitamente trascurate perché è difficile raggiungere un numero di pazienti tali da giustificare un reparto, uno studio, una ricerca. Crudelmente: molte malattie metaboliche accorciano in modo drastico la vita, i fondi per la ricerca, allora, vengono destinati più facilmente altrove. Padova in questo va controcorrente, e risultati come quello ottenuto sulla signora affetta da glicogenosi confermano che margini di cura e di progresso esistono. Il centro padovano lavora in collaborazione con il Sinai Medical Center di Los Angeles, con il quale ha avviato la prima sperimentazione, tre anni fa, con il fegato bioartificiale. Questa ricerca si è conclusa di recente dopo aver arruolato 171 pazienti, dimostrando un aumento di sopravvivenza nel 47 per cento nei soggetti che hanno potuto fruire di questo trattamento rispetto a coloro che hanno potuto godere solo di una terapia intensiva, in attesa di un fegato utile per il trapianto. Ora la nuova scoperta sembra offrire sviluppi per la cura di malattie metaboliche e contro l’insufficienza epatica acuta o cronica, addirittura in sostituzione del trapianto di fegato, e senza più problemi di rigetto.