QUEL GENE E’ UN KILLER

“NUOVE TERAPIE
Quel gene è un killer
Due bimbi si ammalano di leucemia dopo un trapianto di Dna. E le autorità sanitarie bloccano gli esperimenti di Luca Carra Ci vuole un attimo per passare dal successo alla tragedia. Un giorno ti dicono che tu, bambino francese di tre anni e mezzo, potrai vivere grazie a uno dei più straordinari esperimenti medici mai compiuti: la malattia che ti condannava a morte è scomparsa grazie all’inserimento di un gene sano al posto di quello difettoso. Il giorno dopo il medico scuote la testa: qualcosa non sta funzionando, il tuo sistema immunitario sembra fuori controllo. Il giorno dopo ti dicono che hai la leucemia. Sembrava una bella favola. A dieci anni dal primo esperimento statunitense di terapia genica, l’équipe dell’ospedale pediatrico Necker di Parigi aveva messo a segno il grande colpo: far guarire da una forma gravissima di immunodeficienza dieci bambini grazie all’inserimento di un gene che ripristinava la produzione di linfociti. Quest’anno l’exploit era stato ripetuto da un gruppo italiano coordinato da Claudio Bordignon e Maria Grazia Roncarolo del Tiget (l’istituto di terapia genica cofinanziato da Telethon e San Raffaele di Milano). Due bambine, una palestinese e una colombiana, affette da una malattia simile a quella curata Oltralpe, avevano ricevuto con successo il trapianto di gene. I successi italo-francesi coronano anni di tentativi andati a vuoto, anni di affinamento maniacale di tecniche di biologia molecolare per mettere capo a una nuova medicina che invece dei farmaci usa cellule e Dna. L’obiettivo è correggere gli errori nel codice della vita, e con essi malattie terribili come queste immunodeficienze. Malattie rare per fortuna, che colpiscono un bambino ogni 50 mila, e che li costringe a vivere in camere sterili, perché anche i germi più comuni diventano letali in organismi sprovvisti di difese immunitarie. L’unica cura disponibile fino all’anno scorso era il trapianto di midollo. Che però presenta un rischio molto alto in chi non trova un donatore compatibile. Da qui l’idea di risolvere il problema alla radice, andando a correggere il gene difettoso che provoca la malattia. Una strada, quella del trapianto genico, che potrebbe offrire una cura a molte altre malattie rare come la leucodistrofia, la fibrosi cistica, la talassemia, l’emofilia, ma anche al cancro, l’Aids, il Parkinson, l’Alzheimer e l’infarto. La leucemia del bambino francese è suonata come un campanello d’allarme, e ha spinto le autorità sanitarie a tirare il freno. La prima a muoversi è stata l’Agenzia francese di sicurezza sanitaria: il 4 ottobre ha informato il mondo di quanto stava accadendo all’ospedale Necker. I francesi sono stati seguiti dal ministero della Salute italiano, che ha sospeso cautelativamente gli esperimenti simili, e dalla Food and Drug Administration statunitense (Fda) che nei giorni scorsi, dopo che un altro bambino francese sottoposto alla sostituzione dei geni difettosi ha sviluppato una leucemia, ha interrotto le quasi 30 terapie geniche approvate negli Usa che prevedevano un’interferenza con le funzioni del midollo osseo, cui originano le cellule che sono diventate cancerose nei piccoli d’Oltralpe. Cosa è andato storto nella sperimentazione francese? L’attenzione si è appuntata subito su un particolare: per introdurre in modo efficiente il gene sano nell’organismo sono stati utilizzati retrovirus, trattati in modo da non potersi replicare. I retrovirus meglio di altri vettori riescono a recapitare il gene a destinazione, proprio nel Dna delle cellule, e a rendere la sua azione permanente. Purtroppo non è possibile decidere in quale parte del codice genetico andrà a integrarsi il retrovirus, e non si può escludere a priori che vada a piazzarsi in prossimità di un cosiddetto oncogene, innescando un cancro. Ma si tratta di una probabilità su un milione. O almeno questo si credeva. Alain Fischer, responsabile della sperimentazione all’ospedale Necker, ha confermato che proprio di questo si è trattato. Incredibilmente il retrovirus è andato ad “accendere” un oncogene. Possibile che una probabilità così remota si sia verificata in una sperimentazione con appena 10 pazienti? Basta questo a spiegare la leucemia del bambino? Per Luigi Naldini, dell’Istituto ricerca e cura del cancro di Torino, fra i massimi esperti mondiali in retrovirus, il caso francese «ci costringe a rivedere le nostre teorie sulla frequenza con cui questi vettori si integrano vicino agli oncogeni, anche se le probabilità continuerebbero a essere molto basse». Del caso francese Claudio Bordignon, pensa invece che «la leucemia sia stata provocata da un concorso di fattori, tra cui l’effetto della varicella e una familiarità del bambino per la malattia, visto che di tumore si è ammalata anche una sorella e un’altra parente». La maggioranza della comunità scientifica ritiene che gli esperimenti con retrovirus possono riprendere, poiché un piccolo rischio di tumore vale comunque la pena di essere corso di fronte a una terapia che si è già rivelata in grado di guarire 12 bambini da una malattia che non lascia scampo. Questione di bilanciare correttamente rischi e benefici. Si chiede però ai ricercatori di selezionare per gli esperimenti solo pazienti non candidabili al trapianto di midollo, e di informare del rischio cancerogeno connesso all’uso di retrovirus. Da parte sua, l’autorità sanitaria dovrà moltiplicare i controlli. Ma le ricerche si sbloccheranno? Dalla commissione dell’Istituto superiore di sanità incaricata del problema sembrano arrivare segnali di distensione. Secondo il presidente della commissione, Enrico Garaci, più che di un blocco si dovrebbe parlare di una «pausa di riflessione», e l’ordinanza sospensiva del ministro Sirchia, in scadenza a giorni, non verrà rinnovata. Lo sperano i principali promotori della terapia genica in Italia, che ridimensionano il significato dell’incidente nel trial francese. «Non esiste farmaco efficace che non abbia effetti collaterali», spiega Bordignon. E aggiunge Maria Grazia Roncarolo: «Il caso del bambino francese ci deve far studiare tutte le complicazioni possibili, ma non deve interrompere questo filone, che proprio adesso sta cominciando a salvare delle vite altrimenti condannate». «Ci sono voluti dodici anni per rendere efficace la prima terapia genica: siamo perfettamente nei tempi fisiologici della sperimentazione dei farmaci. E come i farmaci che funzionano, anche questa terapia può presentare rischi, la cui entità li rende accettabili se pensiamo a pazienti che hanno una speranza di vita di 6-7 mesi», conclude Francesca Pasinelli, direttore scientifico di Telethon. La sospensione delle sperimentazioni arriva quando si cominciano a mietere i primi successi. In campo oncologico anche in Italia proseguono le prove sul melanoma, sul tumore al polmone e sul glioblastoma. Negli Usa hanno ottenuto i primi successi contro le malattie cardiovascolari, introducendo nel cuore geni capaci di far crescere nuovi vasi intorno alle coronarie otturate: una sorta di by-pass senza bisturi. In futuro la terapia genica potrebbe rivelare sorprese diverse da quella malattia che ha fatto scattare la grande paura.”