PASSI IN AVANTI NELLA CONOSCENZA DELLA SINDROME DI SANFILIPPO

La sindrome di Sanfilippo o mucopolisaccaridosi tipo III, è una rara malattia genetica facente parte dell’eterogeneo gruppo delle malattie da accumulo lisosomiale, dovuta ad un accumulo di mucopolisaccaridi, caratterizzata da un grave e rapido deterioramento mentale. Una ricerca condotta presso l’Università della California a San Diego ha rivelato che in questa mucopolisaccaridosi si verifica anche l’accumulo di metaboliti secondari che concorrono allo sviluppo dei danni. “Per ora la scoperta non cambia le attuali terapie per la malattia, ma migliora la nostra conoscenza sui suoi meccanismi d’azione e sulle possibilità di diagnosi”, dichiara C. Lamanna, che con Jeffrey D. Esko firma un articolo in merito pubblicato sul Journal of Biological Chemistry. Gli enzimi coinvolti in questa patologia sono quelli che presiedono al catabolismo degli glicosamminoglicani, zuccheri complessi sfruttati dal metabolismo per produrre i costituenti dei tessuti ossei, cartilaginei e connettivi. “Un’interferenza con uno qualunque di questi passi del processo enzimatico porta a un accumulo di metaboliti che provocano la disfunzione lisosomiale. Le cellule diventano costipate, subiscono cambiamenti interni e funzionano male”. L’incompleta degradazione dei glicosamminiglicani e il loro accumulo nelle cellule e nei tessuti provoca danni progressivi e permanenti che influiscono sull’aspetto, le capacità fisiche, la funzionalità degli organi e lo sviluppo mentale. Alcune mucopolisaccaridosi possono venire trattate con terapie di rimpiazzamento, ma non per i problemi a livello cerebrale: “I tre farmaci disponibili sul mercato, peraltro estremamente costosi, surrogano il difetto genetico fornendo gli enzimi mancanti e possono evitare l’accumulo in molti organi, ma non nel cervello dato che non sono in grado di superare la barriera ematoencefalica”, ha osservato Esko. Nella loro ricerca Esko e William C. Lamanna hanno studiato l’attività enzimatica in fibroblasti di pazienti, un tipo di cellule presenti soprattutto nei tessuti connettivi, rilevando che il difetto di attività enzimatica non comporta solo l’accumulo di un particolare glicosamminoglicano, l’eparansolfato, ma anche di una metabolita secondario, il dermatansulfate, che raggiunge livelli da tre a cinque volte il normale. Per approfondimenti