Mucopolisaccaridosi, una nuova tecnica potrebbe curare la malattia

Scritto da O.Ma.r.
Una proteina di fusione in grado di attraversare la barrierara ematoencefalica sperimentata sul modello animale

STATI UNITI – Le patologie a carico del cervello rappresentano una vera e propria sfida per la medicina moderna e l’ostacolo maggiore è costituito dalla barriera ematoencefalica, una protezione fisiologica che altera la permeabilità dei capillari cerebrali, isolando i tessuti del cervello dalle molecole estranee e dannose ma, allo stesso tempo, bloccando l’accesso ai farmaci.
Una svolta nella cura delle patologie del sistema nervoso centrale potrebbe venire da un nuovo studio, pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, di Daren Wang, Salim S. El-Amouri e altri ricercatori dei Dipartimenti di Ematologia Sperimentale e Biologia del Cancro del Cincinnati Children’s Hospital, i quali hanno sintetizzato una proteina di fusione in grado di attraversare la barriera ematoencefalica.

La ricerca si è concentrata sulla cura della mucopolisaccaridosi di tipo 1, una rara malattia causata dall’accumulo di glicosaminoglicani in diversi organi, tra cui il cervello, a causa della carenza dell’enzima lisosomiale alfa-L-iduronidasi. Le uniche terapie disponibili al momento sono il trapianto di cellule staminali ematopoietiche e la terapia enzimatica, ma entrambe le strategie presentano degli svantaggi, la prima infatti è caratterizzata da bassi livelli di sopravvivenza mentre la seconda non è in grado di agire a livello del sistema nervoso centrale.

I ricercatori hanno quindi unito in laboratorio l’enzima alfa-L-iduronidasi con la parte dell’apolipoproteina E che è in grado di legare dei recettori sulle cellule endoteliali nei capillari della barriera, in questo modo l’enzima non viene riconosciuto come estraneo e raggiunge i tessuti del cervello.
L’esperimento è stato condotto sul modello murino della mucoliposaccaridosi di tipo 1: la proteina ingegnerizzata è stata iniettata nei capillari della coda dei topi e nei giorni successivi sono stati osservati alti livelli di enzima nei neuroni e negli astrociti del sistema nervoso centrale.

In seguito alla somministrazione, inoltre, i livelli di glicosaminoglicano sono rientrati nella norma e, con terapia continuativa, il fenotipo è risultato normale fino ai 5 mesi; questa strategia può quindi portare alla reversione della patologia nel modello murino, studi futuri valuteranno l’efficacia e la sicurezza anche nell’uomo.
Gli autori spiegano: “Questo risultato rappresenta una procedura non invasiva per la distribuzione di molecole terapeutiche di grandi dimensioni per curare malattie neurologiche da accumulo lisosomiale e, potenzialmente, altre malattie a carico del cervello”.