Malattie rare, PKU: Burlina, “grazie al test neonatale i pazienti hanno una vita normale”

Durante il meeting su questa patologia (pku), l’esperto ha ribadito l’importanza di una diagnosi precoce: “Prima si riconoscono le patologie – ci ha detto – meglio si può agire, evitando conseguenze fortemente invalidanti”

Tutta colpa di un aminoacido difettoso. La Fenilchetonuria, infatti, conosciuta anche con l’acronimo del suo nome inglese PKU (Phelylketonuria), è una malattia genetica che colpisce circa 1 bambino ogni  9mila nati e, se non diagnosticata in tempo, provoca danni celebrali tra cui, nei casi più gravi, ritardo mentale e problemi motori. Questa patologia è causata dalla mancanza di un enzima chiamato ‘fenilalanina idrossilasi’ (PAH) che, grazie all’aiuto della tetraidrobiopterina (BH4) come cofattore, permette il metabolismo di uno degli aminoacidi essenziali presenti nelle cellule di tutti gli esseri viventi la ‘fenilalalina’.  Senza ‘fenilalanina idrossilasi’, la fenilalanina non trasformata si accumula nel cervello, causando seri danni al sistema nervoso centrale.

Dal 1992, però, il test di Guthrie[1], un esame specifico del sangue effettuato sui neonati e reso obbligatorio in Italia dalla Legge quadro 104/92, permette di identificare subito il ‘metabolita anomalo’ che causa la malattia, prevenendo così il ritardo mentale grave ed irreversibile, e consentendo ai pazienti una vita normale. Per cercare di conoscere un più da vicino la PKU, NanniMagazine.it ha avvicinato il dottor Alberto Burlina, direttore della Unità Operativa Complessa Malattie Metaboliche Ereditarie presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, durante una pausa dalle sessioni del quarto European Phenylketonuria Group (EPG) Symposium, il 23 marzo scorso a Roma:

Professor Burlina, che cos’è la Fenilchetonuria (PKU)?
“È una malattia genetica metabolica ereditaria ed è considerata una malattia rara perché la frequenza con la quale si presenta sulla popolazione italiana e di  circa 1 paziente affetto ogni 9mila nati. Questa patologia è stata scoperta per la prima volta quant’anni fa e il suo studio così come il suo trattamento ha permesso di conoscere la storia naturale di questa malattia e di identificarla come una malattia neurologica conosciuta precedentemente con il nome di ‘oligofrenia fenilpiruvica’ che causa al paziente un grave ritardo mentale e convulsioni”.

Come si arriva alla diagnosi di questa malattia?
“La PKU può essere diagnosticare già dal primo giorno di vita del neonato attraverso un apposito esame del sangue che evidenzia il ‘metabolita anomalo’ scatenante, ovvero un aminoacido chiamato fenilalanina. Questo permette di individuare chi ne è affetto e di iniziare da subito un percorso terapeutico precoce che permette al paziente di avere nel tempo una vita del tutto normale. Va detto, però, che la Fenilchetonuria è cronica e per questo chi ne è affetto la porta con sé per tutta la vita. Esistono, però, una serie di approcci terapeutici diversificati che permettono di evitare i sintomi estremamente dannosi causati dall’eccesso di fenilalanina”.

Quali sono le conseguenze nei pazienti che ne sono affetti?
“Se diagnosticata in tempo, la PKU non ha conseguenze cliniche nel paziente che ne soffre. Pertanto, se vogliamo, diventa quasi una ‘non-malattia’ dal punto di vista dei sintomi, perché l’approccio terapeutico precoce evita qualsiasi tipo di effetto dannoso, soprattutto del sistema nervoso centrale. Ecco è questo, secondo me, il modello diagnostico che andrebbe applicato a tutte le malattie rare, cioè: di fronte ad una malattia rara gravemente invalidante dal punto di vista neurologico, il riconoscimento, la diagnosi nei primi giorni di vita ed il successivo trattamento precoce, contribuisce ad una buona qualità della vita del paziente”.

Nell’approccio alla PKU, quindi, la medicina sembra essere decisamente un passo avanti rispetto a molte altre malattie rare:
“Esatto, ma va detto che anche la Fenilchetonuria avrebbe avuto lo stesso andamento incerto delle altre patologie rare senza lo screening specifico del sangue nei neonati. Oggi è possibile farlo e i pazienti vivono una vita normale. Quindi è necessario uno sforzo per migliorare la diagnosi che permetta di individuare un percorso terapeutico adeguato. Anche perché sappiamo bene che la terapia ‘curativa’ delle malattie rare è ancora lontana, ma il settore dove noi possiamo lavorare bene è proprio la prevenzione, soprattutto in età precoce. È questa la chiave nella gestione delle malattie rare: prima si riesce a riconoscere una malattia, meglio si può agire, anche se poi non in maniera definitiva, ma sicuramente si possono evitare conseguenze fortemente disabilitanti”.

Da questo punto di vista di cosa ha bisogno la medicina, oggi, per diagnosticare una malattia rara la cui conoscenza non è immediata, ma avviene nel tempo?
“Ha detto bene, serve innanzitutto la conoscenza di queste patologie che non è così forte come altre malattie croniche. Questo perché le malattie rare, sono malattie recenti e solo recentemente sono state riconosciute. servono, quindi studio, ricerca e conoscenza costanti, che portano poi alla diagnosi ed alla prevenzione”.

Essendo la Fenilchetonuria (PKU) una malattia metabolica, è possibile gestirla anche attraverso una dieta controllata, un’alimentazione sana?
“Assolutamente si. Vede, questa malattia è causata dall’accumulo di un aminoacido chiamato ‘fenilalanina’, e gli aminoacidi sono componenti delle proteine, le stesse che noi mangiamo ad esempio attraverso la carne. Quindi la cosa che apparve subito evidente già quarant’anni fa, era che modificando l’apporto di proteine, si poteva modificare l’apporto di un aminoacido che non era correttamente metabolizzato. Successivamente però, si è scoperto che tra i fattori che provocavano l’eccesso di fenilalanina c’era anche la tetrabiopterina (BH4). Per cui la terapia dietetica nella cura della PKU è estremamente importante, tanto che nel percorso da seguire, alcuni pazienti possono beneficiare solo della terapia dietetica, altri della dieta unita alla somministrazione della BH4 per un effetto compensatorio, altri ancora solo della BH4. Ecco, oggi è possibile offrire al paziente diversi approcci terapeutici a seconda della forma loro diagnosticata”.

Terapie diverse per una stessa malattia, quindi la PKU è una patologia che assume varie forme?
“Esattamente! La PKU è una malattia multiforme, ed essendo di origine genetica, ogni paziente deve avere una terapia estremamente personalizzata”.

Come dicevamo prima, seguendo le terapie chi soffre di questa malattia ha una vita normale, sopratutto le donne, che riescono anche ad avere dei figli: come si gestisce un percorso di questo tipo e quali sono i rischi?
“Innanzitutto va detto che il rischio non è derivato dalla gravidanza in sé. Il problema vero e proprio sta nei livelli dell’aminoacido fenilalanina che, durante la gestazione, possono rivelarsi estremamente tossici ed avere conseguenze sul feto. In questo periodo, infatti, la tolleranza dell’aminoacido aumenta progressivamente i suoi valori per poi diminuire una volta nato il bambino. Quindi è assolutamente necessario che nei nove mesi la fenilalanina sia tenuta sotto stretto controllo sempre attraverso una diversità di approcci terapeutici, soprattutto alimentari”.

La ricerca sulla PKU è a livello internazionale e, proprio durante questo simposio, è emersa la necessità di accedere ad un unico database di informazioni attualmente accessibili, ma sparpagliate: lei cosa ne pensa?
“Verissimo! Ogni Paese ha il suo ‘cervellone elettronico’ e, sinceramente, ce ne sono anche troppi. Io sono d’accordo con il professor Gersting dell’università di Heidelberg che qui ha sollevato questa necessità. La realizzazione di un sistema unico che permetta a tutti, da qualsiasi parte del mondo, di accedere alle informazioni scientifiche su questa malattia rara è sicuramente il prossimo passo”.

MATERIALI
Legge-quadro 104/92 per ‘l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate’

LINK
Osservatorio Malattie rare
Rete europea Malattie rare
Unità Operativa Complessa Malattie Metaboliche Ereditarie (Padova)
Associazione Italiana Sostegno Malattie Metaboliche Ereditarie Onlus

NOTE
[1]
Al test di Guthrie vengono sottoposti tutti i bambini nati nella maggior parte dei Paesi europei nel primo periodo successivo alla nascita, solitamente il secondo o il terzo giorno. Con una puntura d’ago viene prelevato un campione ematico, e si misura il livello di fenilalanina. Se esso risulta elevato si eseguono ulteriori test per confermare che il bambino sia affetto da PKU. Non appena viene formulata la diagnosi, il bambino riceve una speciale formula (definita anche supplemento), per abbassare il contenuto di fenilalanina verso livelli sicuri. Anteriormente alla nascita la circolazione ematica materna può interagire con la fenilalanina del figlio e il livello permane entro i normali limiti. Immediatamente dopo la nascita essa comincia ad aumentare.