Dimagriamo senza nuocere a fegato e reni

di Eugenio Del Toma
Il 16 congresso nazionale dell’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica riportava, come sottotitolo: “Le proteine nelle patologie renali e metaboliche”. E’ interessante mettere a confronto i concetti fisiopatologici ed i corollari dietetici di tutela del rene con le relazioni ed il dibattito di una Sessione parallela dedicata a “Proteine ed attività fisica”. In pratica, qualsiasi dieta che aumenti la percentuale delle proteine finisce per ridurre la percentuale dei grassi o dei carboidrati, sovvertendo quelle indicazioni che, in tutto il mondo evoluto, vengono fornite dalle Autorità sanitarie sotto forma di linee guida.
Il perché di questa ripartizione è presto detto. I carboidrati, una volta assorbiti, rappresentano l’energia pulita dell’organismo: cioè dalla loro demolizione deriva solo energia, acqua (facilmente eliminabile con l’urina ed il sudore) e anidride carbonica (eliminata con il respiro). Le proteine, certamente essenziali alla vita umana, comportano invece il problema dell’eliminazione dell’azoto per cui si è sempre indicata una quantità media, sufficiente alla manutenzione dei nostri tessuti pregiati, da non superare per non “sovraccaricare” due organi vitali, fegato e reni, a cui spetta la lavorazione e l’eliminazione dei residui tossici delle proteine.
Mentre tutti i relatori hanno confermato l’indispensabilità delle proteine (particolarmente nei nefropazienti destinati alla dialisi il protrarsi di una dieta troppo povera di proteine potrebbe causare malnutrizione proteico-energetica), nessuno ha prospettato dei vantaggi qualora si superino 0,8g-1g di proteine per ogni chilo di peso: per un uomo di 75 kg bastano 63-75g di proteine di buona qualità a garantire un perfetto stato di salute. E’ pur vero che i consumi abituali della nostra popolazione sono certamente più alti senza apparenti svantaggi, salvo il fatto che gli alimenti proteici di origine animale trascinano inevitabilmente un’aliquota eccessiva di grassi saturi.
Nella Sessione riservata al rapporto proteine-attività fisica i medici più esperti del settore sostenevano lo stesso concetto ma con una tolleranza maggiore (fino a 1,8g di proteine per chilo-peso), in rapporto all’età, al tipo e all’intensità dell’esercizio fisico svolto dagli atleti delle diverse discipline. Qualcuno ha ridacchiato pensando alle assurde quantità di proteine e di integratori proteici ingurgitate inutilmente (ma forse non innocuamente) dai body-builder. Ma questa è l’attuale verità scientifica: al di sopra dei 2g di proteine pro-chilo finiscono i vantaggi e forse nascono dei problemi per i reni, costretti ogni giorno a del lavoro straordinario (ma occorreranno studi a più lungo termine per saperlo).
Tra l’altro uno studio dell’Università di Boston ha monitorato la funzionalità renale, tra il 1989 e il 2000, di 1624 donne che seguivano diete iperproteiche, riscontrando problemi in quasi un terzo del gruppo. Se vogliamo riportare questi insegnamenti al campo delle diete dimagranti e quindi al fatto di adottare presumibilmente per tutta la vita delle adatte contromisure dietetiche è evidente che né la dieta Atkins (fortemente iperproteica, iperlipidica, e poverissima di carboidrati) né le sue recenti varianti possono garantirci dalle conseguenti forzature metaboliche non accettabili da un medico conscio della gravità e della cronicità del problema obesità.

da La Repubblica ins. Salute